Il 15 Marzo è la ricorrenza della giornata nazionale di fiocchetto lilla, per la sensibilizzazione contro i Disturbi del comportamento alimentare (DCA). E’ un tema che mi sta particolarmente a cuore, motivo per cui è stato l’argomento della mia tesi sperimentale alla Magistrale, oggi vorrei dedicarmi a condividere alcune riflessioni in merito a questo tema, sottolineando che è uno di quegli argomenti che racchiude in se una costellazione di significati e di mondi.

Capire come e perché si sviluppa un disturbo complesso come l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa è molto difficile. E’ bene diffidare di chi sostiene di sapere quali sono le cause di questi disturbi perché le cause sono molteplici e probabilmente diverse (almeno in parte) da persona a persona.
Tuttavia la ricerca scientifica ha fatto molti passi negli ultimi anni e sono stati creati dei modelli per capire attraverso quali “percorsi” si arriva alla malattia e quali fattori aumentano il rischio di ammalarsi.
Attualmente gli studiosi sono concordi nel ritenere il modello multifattoriale il più adatto a spiegare l’insorgenza dei disturbi dell’alimentazione. Questo modello spiega l’insorgenza e il permanere del disturbo attraverso 3 tipi di fattori di rischio che agiscono in modo consecutivo.
I primi fattori di rischio sono i fattori predisponenti: possono essere genetici, psicologici o ambientali, che aumentano la vulnerabilità di una persona a sviluppare il disturbo dell’alimentazione.
I secondi fattori sono i fattori precipitanti: eventi o situazioni che scatenano l’insorgenza del disturbo. Questi possono essere costituiti da lutti, aggressioni, separazioni da persone care, ma anche da eventi apparentemente non gravi come un fallimento scolastico, un cambio di scuola o essere presi in giro per il proprio aspetto.
Infine, ci sono i fattori di mantenimento: tutti quei fattori che impediscono il ritorno alla normalità. Questi sono i fattori sia psicologici che fisici che ambientali, e costituiscono quel ‘circolo vizioso’ di mantenimento della malattia che deve essere affrontato con le terapie specifiche per il disturbo.
Tra i fattori predisponenti vi possono essere ad esempio i fattori di predisposizione genetica (non ancora identificati, ma presenti), la presenza di familiari che soffrono o hanno sofferto di un disturbo alimentare, avere una bassa autostima, le difficoltà interpersonali, il perfezionismo, essere insoddisfatti del proprio corpo, l’abuso di alcolici o di sostanze.

Le origini del nutrimento ed il suo significato
Il nutrimento, sin dai primi anni di vita del bambino, svolge la funzione di regolazione emotiva, cognitiva e interpersonale. In modo particolare, il ruolo centrale che la madre ricopre, attraverso lo scambio durante l’alimentazione si caratterizza per la qualità dei processi di rispecchiamento, di mutualità e di contenimento, andando a definire un nucleo centrale nella strutturazione del senso del Sé e nello sviluppo dei sistemi di conoscenza del bambino. (Stern, 1985).
E’ attraverso il nutrimento che il bambino introietta la regolazione con l’oggetto materno e il campo intersoggettivo ed esperienziale che contiene.

Il cibo assume così, il ruolo di rappresentante della sua relazione con la figura di accudimento, la cui capacità di mantenere un atteggiamento responsivo durante il nutrimento aiuta a favorire il benessere fisico e la salute psicologica del bambino, incrementando le emozioni positive ed agevolando la scoperta e l’esplorazione fiduciosa degli stati mentali propri e altrui.
Di contro, in ambienti familiari incapaci di fornire significato alle esperienze emotive del bambino, l’alimentazione può perdere la funzione di nutrimento psicologico e divenire, riportando l’espressione di Michael Eigen (1999), un “cibo tossico”, ovvero un introietto carico di valenze relazionali negative.
Winnicott (1936), affermava che i disturbi alimentari nell’infanzia sono l’espressione sintomatica della sofferenza emotiva e fisiologica esperita dal bambino per l’assenza di stati di sincronia e di armonica reciprocità con la figura di accudimento.
Queste esperienze diventano dei punti di fissazione traumatica che possono rendere il bambino a rischio di sviluppare, in adolescenza, ed anche in età adulta, un disturbo del comportamento alimentare (DCA).
L’attuale letteratura psicologica ci offre numerosi studi, i quali confermano la stretta associazione fra trauma evolutivo e disturbo del comportamento alimentare.
Il Trauma Psicologico
Le esperienze traumatiche riguardano un complesso di vissuti emotivi particolarmente dolorosi e non mentalizzabili a causa della mancata simbolizzazione nel contento delle relazioni primarie emotivamente trascuranti, e possono avere degli esiti psicopatologici sullo sviluppo della personalità del soggetto.

Il trauma psicologico è l’insieme delle manifestazioni psichiche di un’esperienza negativa (circostanza, ambito o relazione) da cui derivano una disorganizzazione e una disregolazione del sistema psicobiologico della persona. La consistenza e il grado di questa specifica esperienza dipendono dalla vulnerabilità e dalla resilienza individuale e, la reazione psichica ai traumi è prevalentemente soggettiva.
Il trauma psicologico è una reazione psichica, una ferita causata da un fattore traumatico (stressor), che comporta primariamente l’essere sopraffatti da emozioni angoscianti ed intollerabili, e tutto il coinvolgimento della persona per poterle gestire. Disorientamento, perdita del controllo, comportamento di fuga, sono scenari tipici del disagio traumatico. Tali scenari possono mettersi al servizio dell’adattamento, dell’identità e della mentalizzazione, al servizio del Sé e delle relazioni interpersonali. Possono risolversi e scomparire, apparentemente, continuando ad avere conseguenze psicopatologiche nel comportamento e nella personalità, oppure diventare permanenti nella sofferenza dei sintomi del disturbo post-traumatico da stress o del disturbo acuto da stress.
Tutte le possibili condizioni di risposta al trauma che il soggetto mette in atto dipendono dal modo in cui il soggetto mentalizza le emozioni dell’evento traumatico, dal modo in cui le elabora e vi reagisce. L’esperienza traumatica mette in moto le dinamiche soggettive del sistema di ricerca di aiuto, di conforto e di protezione : il nostro sistema di attaccamento e il nostro modello operativo interno (MOI) che lo regola.
Nonostante il termine Trauma sia uno dei temi maggiormente dibattuti, non si è arrivati ancora ad una definizione univoca. Questo rappresenta un aspetto piuttosto singolare, se si pensa, ad esempio, che la stessa Psicoanalisi freudiana nasce proprio dalle riflessioni sulla natura traumatica delle nevrosi isteriche.

Si nota in merito, una divisione tra chi afferma che il trauma sia in riferimento agli effetti di un evento oggettivamente grave (l’abuso sessuale, l’essere usciti indenni da un incidente stradale o l’essere testimoni di un omicidio) che mira quindi all’integrità psicofisica del soggetto e tra chi afferma invece che il trauma sia, parlando in chiave evolutiva- relazionale, l’espressione di un deficit delle capacità metacognitive di elaborazione emotiva di un evento stressante, conseguente all’attivazione di memorie traumatiche, retaggio di relazioni primarie insicure.
Fonagy sostiene, che il bambino maltrattato viene privato di quel sostegno sociale valido che possa permettergli di sviluppare un’adeguata capacità di comprendere lo stato mentale e psicologico dell’altro nelle più importanti relazioni interpersonali, questo andrà a compromettere la formazione di unità rappresentazionali Sé-altro, che sono indispensabili per lo sviluppo di quel grado di autostima necessario perché il piccolo possa esplorare con fiducia l’ambiente circostante.
L’esperienza traumatica non risolta, che si mantiene con uno stile di attaccamento insicuro, rende meno probabile lo sviluppo di relazioni significative, andando a ridurre, così la possibilità di una soddisfacente risoluzione dell’esperienza emotivamente disturbante attraverso l’uso di processi riflessivi e autoriflessivi.
Le esperienze di questo genere, porteranno alla formazione nel bambino di un modello di pensiero basato sulla generalizzazione, sospettosità e sfiducia, spingendolo ad allontanarsi dallo stato mentale degli oggetti più significativi, rimanendo così privo di ogni contatto umano essenziale per lo sviluppo di un’identità autonoma, capace di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni provenienti dalla realtà interna e dall’ambiente esterno. In un contesto trascurante, quindi, il bambino può sviluppare una paura della vita mentale tale da indurlo a rifiutare la conoscenza degli stati mentali propri ed altrui, che può determinare nel tempo, un impoverimento del Sé e di conseguenza il rischio che si possono sviluppare dei disturbi psicopatologici, come un disturbo alimentare.
“la perdita di una base sicura rappresenta la forma di trauma psicologico più precoce e dannosa, capace di sconvolgere il cuore dell’identità del soggetto e di predisporlo a dei disturbi psicopatologici come i disturbi del comportamento alimentare (DCA).”
La maggior parte delle formulazioni evolutive dell’anoressia nervosa si concentrano sulla diade madre- figlia. Bemporad e Ratey (1985) hanno osservato uno schema caratteristico di coinvolgimento paterno con le figlie anoressiche: un padre superficialmente interessato e supportivo, ma che allo stesso tempo abbandona emotivamente la figlia ogni volta che ha bisogno di lui. Molti padri, cercano nutrimento emotivo proprio dalle figlie, anziché darlo. Entrambi i genitori spesso provano una grande delusione per il loro matrimonio e per questa ragione vanno a cercare supporto emotivo dalla loro figlia.
La figlia può essere trattata come oggetto-Sé che fornisce le funzioni di rispecchiamento e di validazione per ciascun genitore ma a cui è stato negato il proprio senso di Sé. La bambina a sua volta, non può fare affidamento sugli altri per i propri bisogni da oggetto –Sé, e dubita che i propri genitori possano mettere da parte i lori interessi e bisogni per soddisfare le sue esigenze di rassicurazione, di conferma e di rispecchiamento (Bachar et al., 1999). Può incrementare il digiuno e le restrizioni nel disperato tentativo di obbligare i genitori a prestare attenzione alla sua sofferenza e a riconoscere il suo bisogno di aiuto.
Oltre a fattoti psicodinamici, ci sono anche dei tratti cognitivi caratteristici di queste pazienti , come la percezione errata della propria immagine corporea, il pensiero tutto o nulla; e pensieri e rituali ossessivo-compulsivi.
Mentre le pazienti con anoressia nervosa hanno una maggiore forza dell’io e un maggior controllo del super-Io, le pazienti bulimiche invece sono caratterizzate dall’incapacità di posticipare la soddisfazione degli impulsi, a causa di un Io debole e di un super-Io meno forte. Ingerire il cibo in quantità eccessiva con le condotte eliminatorie non sono solo dei problemi di controllo degli impulsi isolati, ma spesso coesistono con relazioni sessuali impulsive e autodistruttive e abuso di sostanze.
La famiglia e l’ambiente giocano un ruolo determinante nello sviluppo di tale disturbo, i problemi con i genitori, esperienze di abuso fisico e sessuale e autostima negativa sono tutti fattori che si associano allo sviluppo della malattia. Reich e Cierpka (1998) hanno riscontrato che pazienti bulimiche avevano problemi nel dialogo emotivo con i genitori e un pattern costante di conflitti tra i parti contraddittorie del Sé, influenzato da identificazioni conflittuali con i genitori. La mancanza di rispetto per i propri confini, intrusione nella propria privacy, abusi fisici e psicologici sono tutti elementi che caratterizzano i vissuti di queste pazienti.

Le origini evolutive della bulimia riflettono notevoli difficoltà di queste pazienti e dei lori genitori rispetto alla separazione. Un tema comune in queste pazienti è l’assenza dell’oggetto transazionale, che aiuti la bambina a separarsi psicologicamente dalla madre (Goodsitt, 1983). La lotta contro la separazione può essere scenata usando come oggetto il corpo, dove l’ingerire il cibo rappresenta il desiderio di fusione simbiotica con la madre e l’espulsione di cibo rappresenta il tentativo di separarsi da lei. Come accade per le pazienti anoressiche, anche nelle pazienti bulimiche i genitori hanno la rappresentazione delle loro figlie come se fossero una estensione del proprio Sé.
Queste figlie vengono usate come oggetti –Sé per validare il Sé dei genitori. Ogni membro della famiglia dipende da tutti gli altri membri per mantenere un senso di coesione. Tale schema caratterizza le famiglie di pazienti anoressiche, mentre in pazienti bulimiche nelle rispettive famiglie predomina una modalità particolare di gestire le qualità “cattive” inaccettabili. I membri della famiglia hanno apparentemente un forte bisogno che gli altri li vedano come “tutti buoni”. Queste qualità inaccettabili dei genitori vengono spesso proiettate nella bambina bulimica, che diviene così l’unica depositaria della “cattiveria”, identificandosi inconsciamente con queste proiezioni diventa la portatrice di tutta l’avidità e impulsività della famiglia. Per mantenere la famiglia in equilibrio omeostatico si mantiene l’attenzione sulla “bambina malata” piuttosto che sui conflitti tra o nei genitori.
L’assunzione impulsiva di cibo potrebbe rappresentare anche la difesa nei confronti di un’inconscia paura di abbandono.
–Dott.ssa Chiara Mazzoli, Psicologa, Specializzanda in Psicoterapia Psicoanalitica
–Questo articolo è uno stralcio tratto dalla mia della mia tesi Sperimentale Magistrale.



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