In questo breve articolo non esaustivo, vorrei portare delle considerazioni sul trauma psicologico, sull’evoluzione del suo significato partendo da Sigmund Freud e Ferenczi fino alle teorizzazioni più recenti, sottolineando la vasta complessità che il concetto di trauma psichico riveste, dando valore ad una visione di prevenzione del rischio di insorgenza psicopatologica che esso porta.

La definizione di trauma psicologico non è una definizione univoca, il suo concetto inizia a mettere le sue radici a partire dalla Psicoanalisi freudiana, che ha studiato il trauma e la sua natura in riferimento all’’origine traumatica delle nevrosi isteriche. Freud vede il trauma psicologico come una reazione emotiva incontenibile in cui il soggetto prova un profondo terrore e sentimento di impotenza (Breuer, Freud, 1967). In “introduzione alla psicoanalisi”, Freud sostiene che “il trauma provoca alla persona una tale scossa da perdere ogni interesse per il presente e per il futuro, tale da rimanere psichicamente assorbito dal passato in maniera durevole”.
Ferenczi, allievo di Freud, ha portato un importante svolta al concetto di trauma, focalizzandosi sui vissuti traumatici di un bambino che si ritrova a relazionarsi con genitori che sembrano disconoscergli un’esistenza soggettiva. Questa chiave di lettura di Ferenczi è centrata sulla realtà traumatica dell’esperienza trascurante o abusante vissuta dal bambino fin dai suoi primi anni di vita, mentre la lettura di Freud è orientata a valorizzare il reale traumatico di un evento esterno ed entrambe le due concezione vanno integrate reciprocamente.
Ora è doveroso precisare la differenza che c’è in Psicoanalisi tra “il reale” e “la realtà” , dove per “Realtà “ci si riferisce ai fatti oggettivi di cui si può avere un’immediata consapevolezza, invece il “Reale” riguarda la parte indicibile della realtà, la parte inconoscibile, se non per le sue manifestazioni corporee e oniriche. Nei casi in cui una persona abbia vissuto delle esperienze traumatiche infantili, i contenuti affettivi che vanno a caratterizzare il reale di quelle esperienze, vanno ad assumere una forza tale da poter causare nel soggetto la paura di una frammentazione del Sè, si può equiparare il costrutto di reale traumatico al trauma puro descritto dai coniugi Baranger (1990) come “un trauma iniziale senza significato, totalmente disorganizzante”.

Per Ferenczi la presenza di un contenuto affettivo non simbolizzato di esperienze traumatiche infantili, di cui la persona non sembra sapere più nulla, è il risultato di una reazione dissociativa, un’alienazione dalla realtà che porta alla confusione e alla frammentazione generando una forte sofferenza, uno stato di impotenza e di assenza di speranza. Dopo la perdita o l’abbandono del pensiero cosciente, per Ferenczi si risveglierebbe anche una sorta di istinto vitale che, attraverso la produzione di allucinazioni di appagamento del desiderio e di fantasmi di consolazione, va ad anestetizzare la coscienza contro sensazioni intollerabili.
Bromberg vede nella dissociazione come un organizzatore fondamentale della personalità normale e patologica e a prescindere dalla struttura di personalità, essa avrà una funzione adattiva e vitale in tutti quei casi in cui una persona si trova a dover fare i conti con esperienze affettive devastanti, improvvise, terrorizzanti, che per la loro intensità deve allontanare dalla coscienza. Sarà adattiva fin quanto se ne faccia un uso temporaneo e non pervasivo; nel caso contrario, il ricorso continuo a stati alterati di coscienza determina un impoverimento del Sé accompagnato a sentimenti di vuoto, impotenza e all’incapacità di recupero rispetto alle situazioni problematiche.
Oggi si può considerare il trauma in due modi diversi, chi lo considera alla luce degli effetti oggettivi di un evento grave sull’identità psicofisica del soggetto ( come può essere un abuso sessuale, l’essere usciti indenni da un incidente o l’essere stati testimoni di un omicidio- DSM 5), oppure chi ha ridefinito il trauma in una chiave evolutiva-relazionale considerandolo come l’espressione di un deficit delle capacità metacognitive di elaborazione emotiva di un evento stressante, come conseguenza dell’attivarsi di memorie traumatiche retaggio di relazioni primarie insicure.
Da questo punto di vista evolutivo-relazionale, possiamo asserire che non esistono eventi traumatici in sé, ma il trauma rappresenta l’esito di uno sviluppo traumatico (Farina-Liotti, 2001) che va ad intaccare le abilità psicologiche di regolazione emotiva dello stress e la capacità di resilienza della persona. Quesì ultime rappresentano il risultato sia della predisposizione biologica, sia della storia evolutiva del soggetto, dando evidenza all’importanza che ricopre il sistema cargiver/ bambino in quanto grande regolatore affettivo, comportamentale e fisiologico dell’infante.

Ne “la mente relazionale” di Siegel, ha argomentato che il trauma evolutivo, ossia l’insieme di esperienze di trascuratezza emotiva che la persona vive durante l’infanzia e che possono sfociare in abuso sessuale o fisico, va ad incidere su quella che lui definisce “ finestra di tolleranza” allo stress. Di conseguenza queste persone avranno una maggiore vulnerabilità a sviluppare sindromi post-traumatiche, al contrario di persone con figure di accudimento funzionali, in grado di offrire e di sostenere le richieste fisiologiche ma anche emotivo/ affettive del bambino, promuovendo una maggiore tolleranza allo stress.
Fonagy sostiene che il bambino maltrattato viene privato di quel sostegno sociale sufficientemente valido perché possa sviluppare un’adeguata capacità di comprendere lo stato psicologico dell’altro nelle più importanti relazioni interpersonali, in questi casi a essere compromessa è proprio la costituzione di unità rappresentazionali Sé-altro che sono indispensabili per lo sviluppo di quel grado di autostima necessario perché il piccolo possa esplorare con fiducia l’ambiente circostante. Quando abbiamo un’esperienza traumatica non risolta, mantenuta con uno stile di attaccamento insicuro, può rendere difficoltoso l’instaurarsi di relazioni significative, riducendo la possibilità di una risoluzione soddisfacente dell’esperienza emotivamente disturbante attraverso l’uso di processi riflessivi e autoriflessivi. In questo caso è probabile che si possa stabilire un modello di pensiero che comporta una generalizzazione della sospettosità e della sfiducia, che spinge il bambino ad allontanarsi dallo stato stato mentale degli oggetti più significativi, rimanendo privo dal contatto umano essenziale per lo sviluppo di una identità autonoma capace di rispondere adeguatamente alle sollecitazioni provenienti dalla realtà interna ed esterna.
In un contesto trascurante il bambino potrebbe sviluppare una paura della vita mentale tale da indurlo a rifiutare la conoscenza degli stati mentali propri e altrui (atteggiamento di chiusura e di sfiducia in sé stessi e negli altri) che può provocare un impoverimento del Sé con il rischio di sviluppare un disturbo psicopatologico.

Bessel van der Kolk propone una nuova definizione di “trauma complesso” (Trauma Complex) risaltando la potenza pervasiva di esperienze croniche di trascuratezza (neglet) vissute nell’ambito di relazioni insicure, tali da provocare effetti negativi sulle seguenti sette aree del funzionamento del bambino:
- Attaccamento ( difficoltà interpersonali e nella sintonizzazione emotiva con gli altri)
- Livello biologico ( analgesia, somatizzazione , problematiche mediche nell’arco del ciclo di vita)
- Regolazione affettiva ( mancata regolazione del Sé, scarsa comprensione degli stati interni del Sè e dell’altro, incapacità di comunicare desideri e bisogni)
- Dissociazione (alterazione dello stato di coscienza, depersonalizzazione, amnesia)
- Controllo del comportamento (scarsa modulazione degli impulsi, aggressività etero-autodiretta, abuso di sostanze)
- Funzionamento cognitivo (mancata regolazione dell’attenzione, difficoltà nell’elaborazione degli stimoli, difficoltà di apprendimento, difficoltà nel programmare e nell’anticipare)
- Senso del Sé ( senso del sé carente, scarso senso di separatezza, disturbi dell’immagine corporea, bassa autostima, senso di colpa e di vergogna).
“ La perdita di una base sicura è la forma di trauma psicologico più precoce e dannosa, capace di sconvolgere il cuore dell’identità soggettiva e di predisporre il soggetto a vulnerabilità psicopatologica”
– American Psychiatric Association. (2014). DSM-5: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Edizione 5. Raffaello Cortina.
– Trauma e psicoapatologia (2008) – Vincenzo Caretti e Giuseppe Capraro

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